Leggende del centro Sicilia .

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Le leggende siciliane più conosciute sono spesso ambientate nei grossi centri costieri ,mi viene in mente Scilla e Cariddi  o quelle sull’ Etna ,ma quelle meno conosciute è mio parere più coinvolgenti  sono nell’ennese ,nel nisseno e nell’agrigentino leggende legate ai miti di Minosse ,a eroi e alle “trovature” ,già cosa sono le trovature ? In Sicilia è capitato che qualcuno trovasse reperti storici di un certo valore e li abbia venduti ricavando incendi somme sono queste le “trovature ” tesori trovati per caso . Personaggi eccentrici e ricchi si dice ne abbiano trovate alcune ,mi viene in mente il barone La Lomia in quel di Canicatti (AG) che poi naturalmente servivano  al popolo per la costruzione di opere pubbliche .

Enna ,il ratto  di proserpina

Proserpina, era figlia di Zeus e di Demetra. Era una giovane fanciulla, semplice e obbediente alla madre che non la lasciava mai. Un giorno di primavera però, mentre era con le sue amiche, sotto la vigilanza di Demetra, correndo in una vallata nei pressi di Enna,(Pergusa)   in Sicilia, Persefone si perse e nonostante chiedesse aiuto nessuno riuscì a sentirla; improvvisamente la terra si aprì sotto i suoi piedi, e dal baratro che si formò uscì un carro tirato da quattro cavalli neri come la pece. Era il carro dell’oscuro dio dell’Erebo, Hades, che afferrò la fanciulla, la portò sul carro e via giù nel baratro sprofondò nell’abisso; nessuno poté sentire le urla e i pianti della fanciulla spaventata. Demetra cercò inutilmente sua figlia e quando si accorse che era sparita fu presa dall’ansia. Si mise subito a cercarla nei dintorni, nella vallata, nei boschi, con la disperazione nell’anima; quando si accorse che stava calando la notte le venne in mente di invocare Ecate, che della notte era la signora. Ecate, che aveva sentito le urla di Persefone, fu molto ambigua nella sua risposta ma le consigliò di recarsi dal Sole al cui sguardo nulla può sfuggire. Dopo un lungo vagare durato nove giorni e nove notti, si trovò dinanzi al palazzo del Sole che l’accolse col rispetto dovuto. Il Sole le spiegò che per volere di Zeus, Persefone era stata rapita da Hades che l’aveva portata giù nel regno tenebroso. Afflitta per la terribile notizia e arrabbiata con Zeus che aveva disposto di sua figlia senza dirle niente, Demetra si rifiutò di tornare sull’Olimpo e abbandonò il suo aspetto di dea; assunse le sembianze di una vecchia decrepita, vestita di cenci e riprese il suo lungo cammino, sperando di consumare il suo dolore, quando dalla Sicilia si ritrovò finalmente in Grecia, nell’Attica in Eleusi.

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Persefone e Ade sul trono Pinax, V secolo a.C., Locri Epizefiri (Italia)

Persefone trovò il modo per risolvere il problema: con il semplice tocco delle sue mani rese la terra infruttuosa, tanto che gli uomini stavano morendo tutti; Zeus allora le mandò Iris, che non riuscì a placare l’ira di Demetra. Per salvare il genere umano fu Zeus a dover scendere a patti. Mandò Hermes da Hades per ottenere che Persefone tornasse a rivedere la luce del sole. Il dio del regno oscuro obbedì purché poi sua moglie potesse tornare da lui, e per maggior sicurezza di questo ritorno, fece mangiare alla sua sposa alcuni chicchi di melagrana, simbolo del matrimonio, poiché una eterna legge del Destino stabiliva che chi avesse mangiato nella casa del marito alcuni chicchi di questo frutto presto avrebbe fatto ritorno. Persefone tornò alla luce del sole e la madre per questo evento festeggiò ricoprendo la terra di fiori e frutta. Zeus poi, per conciliare l’amore materno con le esigenze del marito, stabilì che Persefone avrebbe vissuto due terzi dell’anno con la madre e l’altro terzo con Hades nell’Erebo.

Prosèrpina (lat. Proserpĭna) è la versione romana della dea greca Persefone o Kore (gr. κόρη, fanciulla). Il nome potrebbe derivare dalla parola latina proserpere (“emergere”) a significare la crescita del grano. Infatti, in origine, fu senza dubbio una dea agreste. Da notare il gallo sotto il trono da sempre collocato nell’ade .

La “trovatura” del barone La Lomia .

il barone canicattinese Agostino La Lomia che, con lo pseudonimo Fausto di Renda, sul Corriere di Sicilia di Catania pubblicò nel 1956 un articolo dal titolo: A Vito Soldano – La trovatura del “Su Vicio Messina”. Vi si narra dei vari tentativi portati avanti da avventurosi ricercatori per appropriarsi di antiche monete e oggetti di valore presenti nel sito. Vincenzo Messina, soprastante in alcuni feudi del territorio, nel 1906, durante dei lavori di sistemazione del terreno per l’impianto di un vigneto, vide affiorare moltissime monete d’oro. Armato di doppietta calibro 12, intimò ad uno dei nove operai che aveva trovato il tesoro di non toccare nulla, in attesa di procedere ad un’equa distribuzione. Quindi al più giovane ordinò di iniziare la conta ad alta voce. Furono contate 822 monete fior di conio, con l’effige dell’imperatore bizantino Costantino IV Pogonato (648-685 d. C.).
Vincenzo Messina impose ai presenti di non divulgare il fatto e fece distribuire le monete in due mucchietti di 411 pezzi ciascuno. Prese per sé il primo mucchietto e fece dividere il secondo in 10 parti e cioè in quote di 41 monete. Quindi all’operaio che aveva trovato le monete assegnò due quote per un totale do 82 pezzi; ad altri sette operai furono consegnate 41 monete ciascuno e, infine, al ragazzo che aveva fatto la conta fu assegnata la quota di 41 pezzi più la moneta rimasta dispari(21).
La famiglia La Lomia possedeva un feudo nel territorio di Vito Soldano (l’attuale Villa Lanza), in origine di proprietà di un antenato, l’abate Gioacchino (patri e iachinu). Il barone Agostino venne perciò in possesso di molte monete d’oro di epoca romana e bizantina provenienti dagli scavi e proprio queste monete balzarono agli onori della cronaca nel settembre del 1959. Il barone era ospite fisso in occasione dell’annuale rassegna cinematografica di Messina-Taormina e della mostra del cinema di Venezia. Nella città lagunare alloggiava sempre all’Hotel Danieli e quell’anno, nella camera n. 88, subì un furto di cui parlò tutta la stampa nazionale, relegando in secondo piano i servizi sui film in concorso. Tra gli oggetti rubati anelli con pietre preziose incise, medaglioni, spille di grande pregio, alcune corniole e tra queste una di Cerere, del IV secolo a.C.(22).

La Biddina 

Una  mostruosa serpe, l’idra ammaliatrice chiamata biddrina che, nascosta presso le fonti e le paludi, riuscirebbe ad attirare ed incantare chiunque, passando da quei luoghi, la fissi con gli occhi. Pare sia frutto di un amore impossibile e che sia stata vista molte volte dai pastori ,in questi luoghi; lago sfondato di Marianopoli ,Canicatti ,Borgo Palo ,San Cataldo
Sulla sommità della Serra Puleri -Canicatti pare ci sia un tesoro di pezzi da dodici d’oru, ma non è facile appropriarsene. Ci riuscirà solo chi, con la bocca piena d’acqua, attinta a li cannuledda di la Cuba, sarà capace di arrivare fino alla cima della collina senza inghiottire l’acqua né farla cadere. Se verserà intatto lu vuccuni d’acqua dentro un fosso posto sulla vetta, vedrà la roccia spaccarsi e comparire il tesoro.
La testa di l’acqua di Serradifalco 

Pare che anche qui si faccia una fiera ,purtroppo non sappiamo il giorno a sappiamo l’ora da mezzanotte alle 6 molte sono le leggende simili a quella della testa dell’acqua , tra le più significative: la fiera di Barbarà ad Alia; la grotta del cavallo a Sabucina, nel territorio di Caltanissetta; la fiera di fra Rosario a Lercara Friddi; la fiera del lavatore a Montedoro;  quella di Calafarina a Pachino e della grotta del Monaco ad Augusta , sono narrate in  paesi della Sicilia e sono sempre riferite a località abitate in tempi più o meno remoti. ed  insistono sempre su un tesoro misterioso in grado di generare benessere e felicità . A Serradifalco  la leggenda  racconta che ogni sette anni, «a mezzanotte in punto», «si svolge una fiera magica» nella piazzetta davanti alla fontana e che tutto quello che compri si trasformi in oro . Stessa leggenda si trova in contrada grotta dell’acqua sempre nel territorio di Serradifalco .

Ravanusa, la madonna del fico .

Il Conte Ruggero I d’Altavilla che nel 1086 con il suo  esercito normanno sconfisse, presso Ravanusa, in provincia di Agrigento, gli arabi, chiamati anche saraceni o musulmani. Il conte riuscì nella sua impresa grazie alla Vergine Maria che venne in aiuto dei normanni in difficoltà, poiché a causa del caldo erano assetati e privi di acqua. La leggenda narra che la Madonna fece sgorgare una fonte presso un albero di fico, così i soldati si poterono dissetare e, ritrovate le forze, sconfissero i saraceni. Il conte, in segno di riconoscenza alla Vergine, fece edificare una chiesa, dedicandola alla Madonna del Fico o della Fonte, di cui resta solo la memoria.Con il fico fu scolpita una madonna .

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